Una protesta può nascere da un disagio reale e diventare, nel corso della sua diffusione, terreno di intervento per soggetti che perseguono interessi diversi da quelli di chi manifesta. È questa la questione cybergeopolitica che gli scontri degli ultimi giorni invitano a esaminare. Per affrontarla occorre ricostruire come gli eventi vengono raccontati e rilanciati, quale rapporto si stabilisce tra la circolazione delle immagini e la mobilitazione, dove affiorano eventuali tentativi di manipolazione.
Le cronache del 17 e 18 ottobre hanno documentato violenze a Milano, Torino e Bologna. In Francia, dopo gli scontri del fine settimana, il 19 ottobre il primo ministro Sébastien Lecornu ha annunciato di aver incaricato i prefetti di predisporre coprifuochi circoscritti. A Bruxelles, Reuters ha riferito di scontri durante una mobilitazione studentesca legata ai costi e alle riforme dell’istruzione, in parte ispirata alle proteste francesi. Il resoconto della marcia di Lisbona per la casa e il costo della vita, invece, non descrive episodi analoghi. La vicinanza temporale di queste mobilitazioni lascia aperta la questione delle reciproche influenze, ma non autorizza a ricondurle a un’unica dinamica. [1] [2] [3] [4]
Anche nel discorso del 18 ottobre Emmanuel Macron ha distinto le rivendicazioni legittime dalle responsabilità per le violenze. È una distinzione decisiva per l’analisi. Il malessere sociale conserva le proprie ragioni anche quando qualcuno tenta di appropriarsi del suo racconto, orientarlo o utilizzarlo contro le istituzioni. Lo sfruttamento di una protesta può avvenire senza il consenso e persino senza la consapevolezza di chi vi partecipa. [5]
La circolazione delle immagini e la mobilitazione
La ricostruzione pubblicata dal Corriere di Milano il 19 ottobre descrive appelli diffusi attraverso Instagram, TikTok e Telegram e riferisce che alcune persone hanno raggiunto il centro dopo aver visto i filmati degli scontri. In questa sequenza, le immagini sembrano assumere una funzione ulteriore rispetto alla documentazione degli eventi, diventando esse stesse un richiamo alla partecipazione. È un elemento utile a comprendere quanto rapidamente possa cambiare la composizione di una mobilitazione. [6]
Resta da accertare il peso dei diversi passaggi. La ricostruzione giornalistica non permette di isolare l’effetto degli algoritmi di raccomandazione, né di attribuire loro la causa delle violenze. Appelli pubblici, condivisioni spontanee e attività coordinate possono sovrapporsi sulle stesse piattaforme. Distinguerli richiede attenzione alla provenienza dei contenuti e ai rapporti tra chi li diffonde, oltre che alla sequenza temporale della loro circolazione.
Telegram va collocato in questo quadro per le funzioni che svolge nella comunicazione e nell’organizzazione dei gruppi. La presenza di un canale o di una chat, anche chiusa, non dimostra un’attività clandestina. Il Dark Web costituisce un ambiente distinto e, nelle fonti esaminate, non emergono riscontri specifici di un suo ruolo negli scontri italiani. Un collegamento del genere acquisterebbe rilevanza soltanto in presenza di tracce verificabili.
La dimensione internazionale del racconto
Il caso francese offre un riscontro concreto di come la rappresentazione di una protesta possa entrare in una controversia diplomatica. Il 7 ottobre, dunque prima delle violenze del 17 e 18, il Quai d’Orsay ha convocato l’ambasciatore iraniano per contestare quella che Parigi definisce una campagna di disinformazione sul movimento liceale. Il comunicato richiama contenuti diffusi da account ufficiali del ministero degli Esteri iraniano. [7]
L’iniziativa diplomatica e l’accusa francese sono documentate. Il comunicato, tuttavia, non equivale a una verifica forense indipendente dei contenuti e non dimostra che l’Iran abbia organizzato le manifestazioni o le successive violenze. Non offre neppure elementi per attribuirgli gli scontri italiani. Il suo rilievo sta nel rendere visibile un livello diverso del confronto, nel quale una crisi interna diventa oggetto di contesa internazionale attraverso il modo in cui viene rappresentata.
A questo si affianca l’analisi pubblicata l’8 ottobre dall’European Digital Media Observatory. Nel racconto delle proteste francesi di fine settembre e inizio ottobre, l’osservatorio ha rilevato filmati vecchi o estranei agli eventi, accompagnati da interpretazioni fondate sull’appartenenza etnica e religiosa. Materiale apparentemente documentario veniva così utilizzato per attribuire alle mobilitazioni un significato diverso da quello delle rivendicazioni originarie. [8]
Per un analista, il passaggio merita attenzione perché può indicare un tentativo di screditare i manifestanti, alimentare ostilità tra gruppi sociali o rappresentare le istituzioni come incapaci di governare la crisi. Stabilire quale obiettivo sia effettivamente perseguito richiede un esame dei singoli casi. Anche l’efficacia dell’operazione resta una questione distinta dalla sua visibilità, poiché il numero delle condivisioni non dice, da solo, quanto siano cambiati opinioni e comportamenti.
Contenuti sintetici e attribuzione
L’intelligenza artificiale aggiunge possibilità di manipolazione che devono essere riconosciute nelle evidenze. Il 30 settembre TjekDet aveva documentato video sintetici di presunte manifestazioni contro l’immigrazione in città europee, con eventi inesistenti o rappresentazioni ingannevoli di proteste reali. È un precedente pertinente per comprendere il meccanismo. Non dimostra che la stessa tecnica sia stata impiegata nei filmati degli scontri italiani del 17 e 18 ottobre. [9]
La verifica parte dall’origine delle immagini, dalla loro datazione e dalla corrispondenza con i luoghi rappresentati. Prosegue attraverso il confronto con testimonianze indipendenti e la ricostruzione delle prime diffusioni. Un’anomalia visiva può suggerire un approfondimento, ma non basta a classificare un video come artificiale. Analogamente, molti account che rilanciano lo stesso contenuto possono rispondere a un evento comune o imitarsi, senza dipendere da un’unica struttura.
L’ipotesi di coordinamento acquista consistenza quando emergono legami verificabili tra account, infrastrutture e modalità di distribuzione. L’attribuzione a un attore estero richiede un ulteriore passaggio, sostenuto da riscontri convergenti sui rapporti di controllo, sugli eventuali finanziamenti o su altri collegamenti documentabili. Il possibile vantaggio geopolitico orienta la ricerca, ma non identifica chi abbia condotto un’operazione.
Le conseguenze per la capacità di risposta
Nelle fonti pubbliche esaminate non emerge una campagna cyber dimostrata e collegata agli scontri italiani. L’eventuale indisponibilità di un sito istituzionale o una rivendicazione comparsa nelle stesse ore andrebbero accertate autonomamente. Per parlare di un’operazione ibrida coordinata servirebbero elementi che colleghino le diverse attività e ne chiariscano l’impiego rispetto a un obiettivo comune. Allo stato delle informazioni disponibili, questa conclusione sarebbe prematura.
La preparazione operativa può però procedere anche mentre l’attribuzione rimane incerta. Un’amministrazione o un gestore di servizi potrebbe trovarsi a fronteggiare una manifestazione, false informazioni sulle chiusure e un guasto tecnico indipendente. La sovrapposizione sarebbe sufficiente a mettere sotto pressione le decisioni, soprattutto se segnalazioni attendibili e contenuti ingannevoli raggiungessero gli stessi uffici mentre il personale è già impegnato nell’emergenza.
Una simulazione di questo tipo consentirebbe di verificare chi accerta le informazioni prima di disporre una chiusura, come viene autorizzata e diffusa una rettifica e quali canali restano disponibili in caso di disservizio. Misurare i tempi di verifica, i passaggi decisionali e la continuità delle attività essenziali darebbe alla readiness un contenuto concreto. Permetterebbe inoltre di individuare le fragilità del coordinamento senza dover presupporre che ogni problema derivi dallo stesso avversario.
L’attenzione deve restare sui comportamenti documentati, sui contenuti ingannevoli e sulle dipendenze operative. La partecipazione a una protesta, l’età o l’origine delle persone non costituiscono, in sé, indicatori di ingerenza. Confondere questi piani indebolirebbe la qualità dell’analisi proprio dove è più necessaria.
Gli sviluppi esaminati riportano così alla questione sollevata nel mio precedente intervento. Una crisi autentica può offrire occasioni di sfruttamento anche a chi non l’ha provocata. Comprendere se ciò stia avvenendo richiede di seguire la circolazione dei contenuti, ricostruire i rapporti tra gli attori e valutare gli effetti sulle decisioni pubbliche. La capacità di svolgere questo lavoro in tempo utile contribuisce alla tenuta istituzionale, perché consente di affrontare le interferenze documentate e, insieme, di evitare che il sospetto diventi esso stesso un fattore di disorientamento.
Fonti e riscontri
- ANSA, La protesta per il carovita diventa guerriglia, Milano un campo di battaglia, aggiornamento del 18 ottobre 2026.
- Associated Press, Sylvie Corbet, France’s prime minister calls for localized curfews in cities to curb rioting and looting, 19 ottobre 2026.
- Reuters via Internazionale, Protesters clash with police in Brussels, 17 ottobre 2026.
- Reuters via Internazionale, Tens of thousands march in Lisbon over housing and living costs, 17 ottobre 2026.
- Élysée, Adresse aux Français, 18 ottobre 2026.
- Corriere Milano, Serena Palumbo, Instagram, Telegram e TikTok e la mobilitazione virale, 19 ottobre 2026.
- France Diplomatie, Iran — Convocation de l’ambassadeur de la République islamique d’Iran, 7 ottobre 2026.
- EDMO, Violence in France — The Far-Right Blames Ethnicity and Religion to Promote “Remigration”, 8 ottobre 2026. La pubblicazione indica informazioni disponibili al 7 ottobre.
- TjekDet, Virale videoer viser kæmpe demonstrationer mod indvandring i hele Europa, men noget er galt, 30 settembre 2026.
Analisi delle fonti pubbliche disponibili al 19 ottobre 2026. Le ricostruzioni giornalistiche, le comunicazioni istituzionali e le valutazioni dell’autrice sono distinte nel testo. Non è stata svolta un’acquisizione forense diretta dei canali social o un’indagine in ambienti chiusi.
